5 Mila km di Parracine

Le parracine di Ischia: i muri che hanno costruito l'isola
Cinquemila chilometri di muri a secco in tufo verde ricoprono i versanti dell'Epomeo come un ricamo di pietra. Le parracine non sono ruderi. Sono l'invenzione che ha reso abitabile un vulcano.
Chi sale verso il Ciglio da Panza, lungo la strada che taglia i vigneti sopra Forio, a un certo punto smette di guardare il mare e comincia a guardare i muri. Sono ovunque. Corrono lungo i bordi dei sentieri, sostengono le terrazze dove crescono le viti, delimitano gli orti, salgono lungo i costoni del monte fino a quote dove nessuno costruirebbe niente. Muri bassi, muri alti tre o quattro metri, muri che seguono la curva del pendio con una precisione che nessun geometra ha mai disegnato.
Sono le parracine. I muri a secco di Ischia.
Non si chiamano così da nessun'altra parte. Il termine non esiste nel napoletano di terraferma, non compare nei dialetti dei Campi Flegrei né nella parlata delle isole vicine. È una parola che appartiene solo a Ischia, e che viene da lontano: dal greco parakeimai, stare accanto, essere contiguo. Un verbo che i coloni di Pithecusa portarono con sé nell'VIII secolo avanti Cristo, insieme alle viti e alla tecnica per farle crescere su un'isola fatta di roccia e pendenze.
La pietra dell'Epomeo
Il materiale delle parracine è lo stesso materiale dell'isola: il Tufo Verde dell'Epomeo, una roccia che non esiste altrove. Si è formata circa 55.000 anni fa, durante il collasso di un'antica caldera vulcanica. Un'eruzione colossale produsse una colata di materiale piroclastico che si depositò e si compattò nel corso dei millenni, diventando una roccia compatta, leggera, porosa, di un verde pallido che vira al grigio con l'esposizione all'aria.
Il colore viene dai minerali intrappolati nella matrice: zeoliti, glauconite, celadonite. Ma la caratteristica che ha reso il tufo verde il materiale perfetto per costruire non è il colore. È il comportamento dopo l'estrazione. Il tufo verde, appena cavato, è morbido. Si taglia facilmente, si lavora con strumenti semplici. Poi, a contatto con l'aria, indurisce. I processi di carbonatazione e disidratazione delle zeoliti lo trasformano in un materiale resistente, che migliora con il tempo invece di degradarsi.
Non tutta l'isola usa la stessa pietra. Il versante occidentale e sudoccidentale, da Forio al Ciglio, usa il Tufo Verde. La zona orientale e nordorientale, da Ischia Porto verso Barano, utilizza la trachite vulcanica prodotta dall'eruzione dell'Arso del 1302, l'ultima eruzione storica dell'isola. Il versante meridionale mescola tufo bianco e tufo giallo piroclastico. I mastri parracinai sapevano lavorare con tutto, e sapevano dove trovare ogni tipo di pietra.
Come si costruisce una parracina
Il mestiere si chiamava mastro parracinaio. Non era un muratore, era uno specialista. Conosceva le pietre, sapeva leggere il terreno, costruiva senza malta, senza calce, senza leganti di nessun tipo. Solo pietre appoggiate le une sulle altre, con una precisione che derivava dall'esperienza e dall'osservazione.
La costruzione iniziava dalla ciabatta: una trincea di fondazione scavata nel terreno per non più di cinquanta centimetri, dove si posavano le pietre più grandi e pesanti. Il muro si alzava poi in tre strati. Lo strato esterno, la facciavista, era composto da blocchi lavorati e squadrati, posati di punta, cioè con la dimensione maggiore perpendicolare al fronte del muro, in modo che ogni pietra funzionasse come un tirante strutturale. Lo strato interno, il murillo, era costruito con pietre più grezze e irregolari. Lo spazio tra i due veniva colmato con il riempimento: frammenti di tufo, terra, scaglie di lavorazione, tutto compattato a mano.
In cima, la centra 'e parracina: un parapetto alto tra quaranta e ottanta centimetri che fungeva da frangivento per le coltivazioni sottostanti. Le pietre usate per il parapetto avevano nomi propri: marrasche per i blocchi più grandi, pennicielli per quelli piccoli usati come zeppe e riempitivi.
L'inclinazione del muro, la scarpa, variava tra gli otto e i dodici gradi rispetto alla verticale. Non era una scelta casuale. Quella pendenza è il punto di equilibrio tra la spinta del terreno a monte e la resistenza della struttura. I mastri parracinai non conoscevano la meccanica strutturale. Sapevano che funzionava.
Il paradosso strutturale
Ecco il fatto che stupisce gli ingegneri moderni. Secondo le normative vigenti in materia di costruzioni, un muro a secco senza fondazioni profonde e senza leganti non dovrebbe reggere oltre un metro e mezzo di altezza. Eppure sull'Epomeo esistono parracine di quattro, cinque, sei metri che stanno in piedi da secoli.
La spiegazione sta nella natura stessa della muratura a secco. È una struttura iperstatica: i singoli blocchi possono muoversi leggermente gli uni rispetto agli altri, assorbendo le sollecitazioni del terreno, le vibrazioni sismiche, le dilatazioni termiche. L'assenza di malta non è un difetto, è il principio costruttivo. Un muro cementato è rigido: si crepa e crolla. Un muro a secco si deforma, si adatta, dissipa energia attraverso micro-movimenti impercettibili. E drena. L'acqua piovana filtra attraverso gli interstizi invece di accumularsi a monte, eliminando la pressione idrostatica che è la prima causa di crollo delle strutture di contenimento.
Giovan Giuseppe Cervera, nel suo saggio Ischia sconosciuta del 1959, descrisse le parracine come un "bassorilievo" e un "ricamo continuo" sui fianchi della montagna. Non era una metafora retorica. Viste dall'alto, le parracine formano un disegno geometrico che ricopre i versanti dell'Epomeo con la regolarità di un tessuto.
Una macchina per fare vino
Le parracine non sono nate per proteggere il suolo. Sono nate per la vigna.
I coloni greci che fondarono Pithecusa nell'VIII secolo avanti Cristo piantarono viti su un'isola fatta di pendenze. Per coltivarle servivano terrazze. Per fare le terrazze servivano muri. Per fare i muri c'era la pietra dell'Epomeo, un materiale che sembrava fatto apposta.
Quello che scoprirono, probabilmente per caso, è che i muri di tufo verde facevano qualcosa di più che sostenere il terreno. Il tufo assorbe il calore del sole durante il giorno e lo rilascia lentamente durante la notte, creando un microclima più mite sulle terrazze: le temperature notturne restano più alte, le escursioni termiche si riducono, le viti soffrono meno il freddo. E c'è un secondo effetto, ancora più importante. La porosità del tufo consente all'umidità marina trasportata dal vento di condensarsi all'interno della pietra e filtrare verso le radici delle piante. Su terreni scoscesi senza irrigazione artificiale, questa condensazione è la differenza tra un vigneto che sopravvive e uno che secca.
Le parracine sono una macchina termica e idraulica costruita con le pietre raccolte nel campo.
L'areale del Ciglio, la frazione di Forio che sale verso il crinale tra i 250 e i 450 metri di quota, è il laboratorio dove questa simbiosi tra pietra e vigna raggiunge la forma più compiuta. Qui le pendenze superano il 40%. I terrazzamenti sono stretti, compresi tra le balze rocciose, inaccessibili a qualsiasi mezzo meccanico. Tutto si fa a mano: dalla potatura invernale alla vendemmia, con le uve trasportate a spalla lungo viottoli gradonati.
Si chiama viticoltura eroica. Non è un'espressione poetica. È una categoria tecnica che identifica la viticoltura praticata in condizioni estreme di pendenza, altitudine o terrazzamento.
I vitigni che crescono qui sono quelli autoctoni dell'isola. Il Biancolella, che affonda le radici nelle fessure della roccia tufacea e sviluppa profili organolettici di marcata sapidità e acidità minerale. La Forastera, rustica e resistente, capace di adattarsi a condizioni idriche e pedologiche difficili. E le varietà relitte di alta quota: l'Uva Rilla, il San Leonardo, la Guarnaccetta, quasi scomparse, che un tempo caratterizzavano i vigneti del Ciglio e del Cuotto.
Oggi questa tradizione viene portata avanti da aziende come le Cantine Pietratorcia, con i terrazzamenti di Chignole e del Cuotto, e la tenuta Costa delle Parracine, che conserva cantine scavate nella roccia verde risalenti al 1878. Sono loro a mantenere operative le murature a secco come presupposto per una viticoltura legata al terroir vulcanico.
La Casa sul Masso
Tra tutte le strutture costruite con le parracine, la più straordinaria è la Casa sul Masso, nella contrada del Ciglio.
Si tratta di una struttura rurale fondata su un enorme monolite di tufo verde isolato, uno di quei massi erratici che i crolli franosi hanno disseminato lungo i versanti dell'Epomeo nel corso dei secoli. La base del blocco è stata interamente scavata per ricavarne una cantina ipogea e un palmento di pigiatura, il cellaio: un ambiente a temperatura e umidità costanti, ideale per la vinificazione e la conservazione dei prodotti della terra. Sopra il masso, l'abitazione vera e propria, in muratura di tufo verde squadrato, protetta da spessi muri perimetrali e raccordata al terreno circostante tramite rampe e scalinate scavate nella roccia.
È architettura sottrattiva: non si aggiunge materiale, si toglie dalla roccia quello che serve. Un modo di costruire che dialoga con la montagna invece di opporsi a lei.
L'ecosistema dei muri
Le parracine non sono solo ingegneria e agricoltura. Sono un ecosistema.
La trama di interstizi, vuoti drenanti e superfici umide all'interno della muratura a secco ospita una comunità biologica specializzata. Le lucertole campestri (Podarcis sicula), i gechi (Tarentola mauritanica ed Hemidactylus turcicus), le popolazioni di artropodi e imenotteri predatori utili al controllo biologico dei parassiti agrari. Sul piano floristico, le parracine sono l'habitat primario per specie rupicole come il cappero (Capparis spinosa), la parietaria (Parietaria diffusa), l'ombelico di Venere (Umbilicus rupestris), felci e comunità di licheni che favoriscono la coesione superficiale dei fronti rocciosi.
Un muro a secco non è un confine. È una striscia di vita tra due campi.
Il patrimonio UNESCO e il rischio di perdere tutto
Nel novembre del 2018, il Comitato Intergovernativo dell'UNESCO ha iscritto la "Pratica dei muretti a secco" (Art of dry stone walling, knowledge and techniques) nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Un riconoscimento transnazionale coordinato da otto stati europei: Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera.
Le parracine ischitane rientrano a pieno titolo in questo patrimonio. Ma la realtà sul terreno racconta un'altra storia.
Il reticolo di muri a secco di Ischia si sta sgretolando. I fattori sono concatenati. L'abbandono delle attività viticole di alta collina, accelerato dalla conversione dell'economia verso il turismo balneare dalla seconda metà del Novecento, ha causato l'incolto di ampie porzioni di terrazzamenti montani. Senza la manutenzione periodica che per secoli ha visto i vignaioli ricollocare i conci scalzati e pulire i fossi di scolo prima delle piogge autunnali, i muri hanno cominciato a cedere.
La vegetazione spontanea ha fatto il resto. Robinie, ailanto, polloni di castagno ceduo penetrano negli interstizi con i loro apparati radicali, disarticolano i conci, scalzano le fondazioni, innescano il ribaltamento di intere porzioni murarie verso valle.
Poi ci sono le piogge. Ischia è un'isola ad alta suscettività al dissesto idrogeologico. Quando i vuoti drenanti del riempimento si intasano di sedimenti, l'acqua non riesce più a defluire attraverso il muro. La pressione idrostatica si accumula a monte, il paramento si deforma verso l'esterno, e alla fine crolla. Il fenomeno si chiama "pancia" tra i muratori, ed è il segnale che la parracina sta per cedere.
C'è un ultimo fattore, forse il più insidioso: i restauri fatti male. La progressiva scomparsa degli anziani mastri parracinai ha portato proprietari inesperti a sigillare i giunti con malte cementizie o a costruire contrafforti in calcestruzzo armato. Questi interventi eliminano la permeabilità del muro, bloccano la traspirazione, e causano il collasso per scalzamento proprio durante le piogge intense. Il cemento, che doveva rinforzare la parracina, la uccide.
Il futuro nelle pietre
La tragica frana con colata detritica del 26 novembre 2022 a Casamicciola ha imposto una revisione delle strategie di mitigazione del rischio idrogeologico sull'isola. Nel Piano di Ricostruzione dell'Isola di Ischia, le parracine sono state formalmente riconosciute come presidi indispensabili per la stabilità dei versanti e per la difesa del suolo.
La sfida è doppia. Da un lato, garantire che i finanziamenti pubblici sostengano cantieri conformi alla regola dell'arte, senza il cemento che irrigidisce e distrugge. Dall'altro, formare nuove generazioni di mastri parracinai, perché le competenze manuali necessarie per costruire e manutenere una parracina non si trasmettono in un manuale. Si trasmettono in cantiere, pietra dopo pietra, mano dopo mano.
La conservazione delle parracine, a lungo termine, resta legata alla sopravvivenza della viticoltura eroica di versante. Solo sostenendo la presenza dell'agricoltore sul terreno montano è possibile garantire la manutenzione continua del reticolo dei terrazzamenti. Le parracine non si conservano in un museo. Si conservano lavorandoci sopra, come si è sempre fatto.
Le parracine di Ischia Muri a secco in tufo verde dell'Epomeo. Patrimonio UNESCO dal 2018 (Pratica dei muretti a secco, patrimonio culturale immateriale dell'umanità).
Dove vederle: l'areale del Ciglio (Forio), i terrazzamenti sopra Serrara Fontana, il versante montano tra Casamicciola e Lacco Ameno, la contrada del Cuotto (Barano).
Cantine storiche tra le parracine: Pietratorcia (Forio), Costa delle Parracine (Forio).
Sentieri: il sentiero 501 dell'Epomeo attraversa il reticolo di terrazzamenti dalla base alla vetta. Il Sentiero del Tufo Verde collega le contrade alte di Forio.
Dove si trova
Le Parracine










