Il Santuario dello Schiappone: dove Ischia sale a piedi per pregare

Il Santuario della Madonna di Montevergine
Alle pendici del Monte Vezzi, in una delle frazioni più isolate di Barano d'Ischia, una chiesetta del Cinquecento custodisce cinque secoli di devozione popolare, eremiti che bussavano di porta in porta e un miracolo che ancora oggi nessuno ha dimenticato.
Per arrivare allo Schiappone bisogna salire. Non c'è altro modo. La strada si inerpica dalla Molara, si stringe, guadagna quota a ogni curva e lascia indietro il mare, gli alberghi, il rumore. A un certo punto il paesaggio cambia: terrazze coltivate, muri a secco, case in pietra del Vezzi con le volte a vela costruite in pomice bianca cavata dalle grotte della Scarrupata. Qui il turismo non è mai arrivato davvero, e forse è per questo che tutto è rimasto com'era.
Il Santuario della Madonna di Montevergine sta al culmine di questa salita, sulla collina che guarda la Molara da un lato e Chiummano dall'altro. È una chiesa piccola, preceduta da un sagrato rustico che si confonde con la campagna intorno. Chi ci arriva per la prima volta si chiede come sia possibile che un posto così nascosto sia da secoli uno dei luoghi di devozione più sentiti di tutta l'isola. La risposta sta nel cammino stesso: lo Schiappone non si raggiunge per caso, ci si arriva perché si è deciso di andarci. E questa decisione, qui, ha il peso di una preghiera.
Cinque secoli di pietra e di fede
La chiesa venne fatta costruire intorno alla metà del Cinquecento dai fratelli Ottavio, Raffaele e Luigi Russo, che avevano ereditato dal padre un vasto tenimento agricolo che si estendeva dal Monte Vezzi fino a Chiummano, Schiappone compreso. I tre fratelli morirono tutti di peste nel 1656, e la proprietà passò nel tempo alla famiglia Siniscalchi, il cui stemma in marmi policromi campeggia ancora oggi sulla balaustra dell'altare.
Una targa commemorativa all'interno della chiesa ricorda che il tempietto, dedicato a Maria Bambina al cadere del XVI secolo, fu restaurato e abbellito dalla devozione dei fedeli agli albori del terzo millennio: il 25 agosto 2001, il vescovo Filippo Strofaldi lo inaugurò nella sua veste rinnovata, invocando dalla Madre di Dio la pace.
Agli inizi dell'Ottocento un eremita di nome Baldovino ampliò la struttura originaria, conferendole la pianta a croce latina — più precisamente a croce commissa — con la cupola al centro del transetto che ancora oggi la caratterizza. La facciata presenta una sola navata; le pareti e la volta furono decorate dallo stuccatore Domenico Savino, i cui stucchi si possono ammirare ancora oggi nelle ghirlande d'edera, di quercia, di rose e di stelle. La tela settecentesca sull'altare raffigura la Madonna con San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio da Padova, e ha sullo sfondo il Castello Aragonese e la collina dello Schiappone stessa. Un quadro dentro un quadro: il luogo che contiene il sacro e il sacro che contiene il luogo.
Gli eremiti che bussavano alle porte
Per secoli la chiesetta fu custodita da eremiti che conducevano vita ascetica e solitaria su questa collina. Di alcuni si conoscono i nomi: fra Gaspare Baldino, morto nel 1838 sulla strada mentre tornava da una questua; fra Giovanni e fra Pasquale, attivi fino al 1886; e infine fra Pasquale da Fontana, l'ultimo di questa stirpe di uomini solitari.
Per sopravvivere, l'eremita era costretto a chiedere la questua per i casali d'Ischia, per Procida, e spesso anche nei dintorni di Napoli. Vestito da frate, con i sandali ai piedi e lo zucchetto in capo, bussava di porta in porta e si annunciava sempre con le stesse parole: "Madonna di Montevergine". Portava con sé una cassettina per le offerte in denaro e una bisaccia per le offerte in natura — olio, vino, salsicce — tutto quello che la gente poteva dare. Un'immagine che racconta un'Ischia di povertà condivisa, dove anche chi aveva poco trovava qualcosa da mettere nella bisaccia di un eremita che saliva e scendeva le colline in nome della Madonna.
Il miracolo del muto
Nella chiesetta, fino agli anni Cinquanta, era appeso un quadro che raffigurava un bambino di circa due anni. Era un ex voto, e raccontava una storia che allo Schiappone tutti conoscono ancora.
Un bambino muto dalla nascita venne portato dalla madre fin quassù. La donna lo adagiò sull'altare e pregò la Madonna di concedergli il dono della parola. Poi, senza aspettare risposta, si voltò e si avviò verso l'uscita. Giunta sulla soglia, il bambino la chiamò: "Ma...". Da quel momento parlò.
Il quadro fu distrutto da un fulmine che colpì la chiesa, ma il racconto è sopravvissuto al quadro. Di miracoli attribuiti alla Madonna dello Schiappone in epoca remota ce ne sono molti altri, ma gli ex voto che li testimoniavano sono andati quasi tutti perduti. Resta la memoria orale, che in un villaggio come questo ha sempre contato più di qualsiasi documento scritto.
L'8 settembre: quando tutta l'isola cammina
Il momento in cui lo Schiappone smette di essere un luogo nascosto e diventa il centro di Ischia è la notte tra il 7 e l'8 settembre, festa della Natività della Madonna. Da ogni angolo dell'isola, prima dell'alba, i pellegrini si mettono in cammino verso la chiesa. È una tradizione antichissima, che da secoli si ripete identica: le strade si riempiono di fedeli che si incrociano ai bivi, le fila si ingrossano man mano, e anche da Procida arrivano pellegrini — un tempo in gozzi e barche a vela, oggi in motobarche — sbarcando a Ischia Ponte e salendo a piedi per chilometri.
Lo Schiappone si trasforma. Le cantine diventano osterie a cielo aperto dove si serve coniglio alla cacciatora, carne alla brace, spighe di granturco lesse o abbrustolite, il tutto accompagnato dal vino delle botti dei contadini del posto divenuti per l'occasione osti e cuochi. È sacro e profano insieme, com'è sempre stato nella cultura contadina ischitana: la devozione e la festa, la preghiera e il vino, la salita faticosa e la ricompensa della tavola.
Dal 1953, quando il vescovo De Laurentis elevò la chiesa a parrocchia con il titolo di Santa Maria di Montevergine e la affidò al giovane don Luigi Di Iorio, la festa ha assunto una struttura più organizzata, ma lo spirito è rimasto quello di sempre. Don Luigi, primo parroco dello Schiappone, fu per decenni il punto di riferimento di un'intera comunità: educatore, animatore sociale, l'uomo che tolse i ragazzi dalla strada costruendo un campetto di calcio su un terreno della chiesa e li portò, vestiti da piccoli preti, ad assistere alle partite dell'Ischia dallo stadio Rispoli — appollaiati su un promontorio roccioso perché i soldi per il biglietto non c'erano.
Il villaggio che resiste
Lo Schiappone è il superlativo di "schiappa", la parola ischitana che indica il versante terrazzato di una collina. E il superlativo è giustificato: non dalla dimensione del territorio, ma dalla ripidezza della salita che bisogna affrontare per arrivarci. Fino agli anni Sessanta era segnata da ampie gradonate in pietra lavica, dominio esclusivo di asini e muli.
Il villaggio è stato per secoli tra i più poveri dell'isola. I cognomi che si ripetono — Di Iorio, Buono, Boccanfuso, Di Meglio, D'Acunto, Capasso — raccontano una comunità piccola e chiusa, che si è svuotata con le grandi migrazioni verso il Sudamerica, gli Stati Uniti, l'Australia. Case abbandonate, terreni fertili invasi da felci e rovi. Ma oggi lo Schiappone conosce una ripresa: le antiche abitazioni vengono recuperate, i terreni ricoltivati, nuove famiglie si insediano. Il villaggio originario non c'è più, ma qualcosa sta rinascendo.
Perché il Santuario dello Schiappone è un'eccellenza ischitana
Perché è il luogo dove la fede popolare di Ischia si esprime nella sua forma più pura. Non c'è niente di monumentale, niente di spettacolare nel senso turistico del termine. C'è una chiesa piccola in cima a una salita ripida, decorata con stucchi settecenteschi e un quadro che mette insieme la Madonna e il Castello Aragonese. C'è la memoria degli eremiti che bussavano alle porte con i sandali ai piedi. C'è il racconto di un bambino che ha pronunciato la sua prima parola su quella soglia.
E c'è l'8 settembre, quando migliaia di persone si alzano prima dell'alba e camminano per ore lungo sentieri di campagna per arrivare fin quassù. In un'isola che vive di mare e di turismo, lo Schiappone ricorda che esiste un'altra Ischia — verticale, contadina, devota — che non si è mai data per vinta nonostante la fatica della salita. E forse è proprio la fatica che rende tutto il resto più vero.
Santuario della Madonna di Montevergine (Lo Schiappone) Via Schiappone — Barano d'Ischia (NA)
Messa festiva invernale: domenica ore 10.30 Messa festiva estiva: domenica ore 10.30 Festa patronale: 8 settembre (Natività della Madonna)
Raggiungibile a piedi dal sentiero del Vatoliere o dal sentiero di Piano Liguori (da Campagnano). In auto dalla Molara, seguendo le indicazioni per lo Schiappone.










