22 Giugno 1544: La grande strage di Panza e Forio

22 Giugno 1544: La Grande Strage di Panza e Forio
Quando il Mare Portò la Vendetta
C'è una data che gli ischitani dovrebbero ricordare come si ricordano le cicatrici profonde, quelle che non fanno più male ma non si cancellano mai: 22 giugno 1544. Una notte d'estate in cui il mare - quel mare che nutre, che bagna, che accarezza - si trasformò in portatore di morte.
Quella notte arrivò Khayr al-Din, detto Barbarossa. Il corsaro più temuto del Mediterraneo. Il terrore delle coste cristiane. L'uomo che aveva trasformato la pirateria in strategia militare e aveva fatto dell'Impero Ottomano la potenza navale dominante.
E venne per vendetta.
Tunisi, 1535: L'Affronto che Non Si Dimentica
Per capire cosa accadde quella notte del giugno 1544, bisogna tornare indietro di nove anni. A Tunisi, 1535. Quando Carlo V, l'imperatore sul cui regno non tramontava mai il sole, sbarca a Napoli per celebrare un trionfo.
Il suo generale Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto e signore di Ischia, aveva appena sconfitto centocinquantamila turchi comandati da Barbarossa sotto le mura di Tunisi. Una vittoria schiacciante. Una vittoria che Carlo V festeggia con sfarzo, con cortei, con proclami.
E Ischia - piccola isola verde nel golfo di Napoli - si trova al centro di quella celebrazione. Perché Ischia è il feudo degli D'Avalos. Perché Alfonso ha scelto quest'isola come sua dimora. Perché da qui partono gli ordini, le strategie, i piani contro l'Impero Ottomano.
Barbarossa non dimentica. I grandi condottieri non dimenticano mai le sconfitte. E soprattutto non dimenticano mai chi le ha inflitte.
Per nove anni, quell'affronto gli brucia dentro. L'umiliazione sotto le mura di Tunisi. La sconfitta militare. Il trionfo di Carlo V a Napoli mentre lui si lecca le ferite. E il nome degli D'Avalos - quella famiglia ischitana che comanda le armate cristiane contro i turchi - diventa sinonimo di nemico.
Nel 1541, Carlo V tenta una nuova spedizione contro gli ottomani: Algeri. Ma stavolta le cose vanno diversamente. La spedizione fallisce. L'invincibilità dell'imperatore si incrina. Barbarossa intuisce che è il momento di colpire.
Non può attaccare Napoli. Troppo difesa, troppo grande, troppo rischiosa. Ma può colpire il simbolo: Ischia. L'isola degli D'Avalos. Il feudo del generale che lo aveva umiliato a Tunisi.
La Flotta Fantasma: Centocinquanta Barche Dietro Ventotene
Giugno 1544. Le giornate sono lunghe, il mare è calmo, i contadini lavorano nei campi terrazzati. I pescatori riparano le reti. Le donne lavano i panni nelle vasche di pietra. La vita scorre come sempre è scorsa a Ischia: fatica, sole, mare, vendemmia che si avvicina.
Nessuno sa che dietro Ventotene - quell'isola minuscola a nord-est - si sta radunando una flotta di circa centocinquanta barche. Quattordicimila uomini armati. Comandati da Barbarossa in persona.
Il piano è semplice e spietato: aspettare la notte fonda. Avvicinarsi silenziosamente. Sbarcare prima che qualcuno possa dare l'allarme. Colpire duro e veloce. Fare più danni possibile prima che gli abitanti possano rifugiarsi nelle torri o nel Castello Aragonese.
La scelta del punto di sbarco non è casuale: la baia della Scannella, a Panza. La parte sud-occidentale dell'isola, esposta verso il mare aperto, lontana dal Castello, lontana dalle difese principali. Un territorio agricolo, abitato da contadini, privo di fortificazioni significative.
È il punto più vulnerabile. Ed è esattamente quello che cerca Barbarossa.
La Notte del 22 Giugno: Quando l'Inferno Sbarcò a Panza
Notte fonda. Le barche scivolano silenziose verso la costa. Nessun rumore di remi che potrebbero dare l'allarme. Nessuna torcia che possa tradire l'avvicinamento. Solo il fruscio del mare e il respiro di quattordicimila uomini in attesa.
Sbarcano sulla Scannella. E da lì risalgono verso il casale di Panza.
Quello che accade nelle ore successive è un orrore che i cronisti dell'epoca faticano a descrivere. Non per mancanza di parole ma per eccesso di atrocità.
Case bruciate. Il fuoco che divora i tetti di paglia, le travi di legno, i raccolti faticosamente ammassati. Il bagliore delle fiamme che illumina la notte e sveglia gli abitanti degli altri casali, troppo lontani per intervenire, abbastanza vicini per vedere.
Campi devastati. Vigneti calpestati. Ulivi abbattuti. Orti distrutti. Non per necessità militare ma per vendetta. Per fare male. Per lasciare il segno.
Donne violentate. Non si scrive mai abbastanza chiaro quando si parla di incursioni piratesche: lo stupro era sistematico, era arma di guerra, era parte del terrore. Donne di ogni età. Madri, figlie, sorelle. Violentate davanti ai familiari, violentate nei campi, violentate dentro le case prima che venissero bruciate.
Uomini e bambini catturati. Legati, incatenati, trascinati verso le barche. Famiglie spezzate. Mariti separati dalle mogli. Padri dai figli. Fratelli dalle sorelle. Destinazione: il mercato degli schiavi di Tunisi, di Algeri, di Istanbul. Dove quei contadini ischitani - che la sera prima potavano le viti e la mattina raccoglievano i pomodori - sarebbero stati venduti come merce.
E non solo Panza. Da Scannella, la razzia si allarga. Forio - il casale più vicino, il più esposto - subisce la stessa sorte. Poi altri casali dell'isola. Una scia di devastazione che attraversa la parte occidentale di Ischia lasciando morte, cenere, dolore.
I Numeri dell'Orrore
Le fonti dell'epoca parlano chiaro. Un cronista, tre giorni dopo i fatti, annota:
"Anno Domini 1544 a dì 25 de junio in Sessa ce fo nova che la armata del Turcho de Barbarossa Capitanio de dicta armata havea abrusciata Proceta et un Casale de Ischia, quale haveano fatto presuni certi cristiani in su l'armata..."
Le stime variano a seconda delle fonti, ma tutte concordano sull'enormità della tragedia:
- Circa duemila ischitani uccisi o deportati come schiavi (fonte più citata)
- Alcune fonti parlano di settemila prigionieri in quella sola notte
- Procida fu bruciata nello stesso raid
Per capire la portata di questi numeri, bisogna considerare che Ischia nel 1544 aveva una popolazione totale di forse ventimila abitanti. Perdere duemila persone - uccise o deportate - in una sola notte significa perdere il 10% della popolazione totale.
È come se oggi, con i suoi 60.000 abitanti, Ischia perdesse seimila persone in un'unica notte.
Forio rimase per molto tempo spopolata. Non perché non ci fossero più case, ma perché non c'erano più abitanti. Chi non era morto o deportato era fuggito verso l'interno, verso le zone più protette, verso il Castello Aragonese dove le mura di pietra offrivano qualche speranza di salvezza.
La Vendetta Compiuta
Barbarossa rimase nelle acque ischitane quanto bastava per essere sicuro che il messaggio fosse chiaro. Poi ripartì, le stive cariche di prigionieri, le vele gonfie di vento favorevole, il cuore soddisfatto di vendetta compiuta.
Alfonso d'Avalos lo aveva umiliato a Tunisi? Bene, ora lui aveva devastato il suo feudo. Carlo V aveva celebrato il trionfo a Napoli? Bene, ora anche l'imperatore sapeva che nessuna costa cristiana era al sicuro.
Il corsaro più temuto del Mediterraneo aveva dimostrato ancora una volta che la sua ira era terribile, che la sua memoria era lunga, che i suoi attacchi erano spietati.
Ma aveva anche dimostrato qualcosa di più profondo e tragico: che le guerre tra imperi si pagano sempre con il sangue dei contadini. Che le vendette tra generali si consumano sui corpi degli innocenti. Che quando i grandi della terra si scontrano, sono i piccoli a morire.
Gli ischitani di Panza e Forio - quei contadini che coltivavano vigne e pescavano nella baia - non avevano nessuna colpa nella sconfitta di Tunisi. Non comandavano eserciti, non decidevano strategie, non festeggiavano trionfi. Lavoravano la terra. Crescevano i figli. Sopravvivevano.
Eppure pagarono loro. Con la vita, con la libertà, con le case bruciate, con le famiglie spezzate.
Le Conseguenze: Un'Isola che Impara a Difendersi
La notte del 22 giugno 1544 cambiò per sempre Ischia.
Se prima le incursioni piratesche erano un pericolo noto ma sporadico, dopo quella notte divennero l'incubo quotidianoche condizionava ogni aspetto della vita.
Si investì massicciamente sulle torri di avvistamento. Quelle esistenti furono ristrutturate, ne furono costruite di nuove. Si creò un sistema di segnalazione visiva che permetteva di dare l'allarme rapidamente: da ogni torre si potevano vedere le due torri adiacenti e il mare. Fumate di giorno, fuochi di notte. Un codice semplice ma efficace.
Forio - il casale che aveva pagato il prezzo più alto - divenne "la Turrita", il comune con il maggior numero di torri difensive dell'intera isola: quindici torri in totale. Un record che racconta la paura e la determinazione di non farsi più sorprendere.
Le torri più antiche erano a pianta circolare: il Torrione (quello che domina ancora oggi il porto di Forio), il Torone, la Torre Costantina, la Torre del Cierco. Poi ne furono aggiunte altre a pianta quadrangolare: Torre di Scaro, Torre della Spiaggia, Torre Quattrocchi, Torre Casa Patalano, Torre di Cigliano, Torre di Milone, Torre di Nacera, Torre di Baiola, Torre Casa D'Ascia, Torre della Cornacchia.
A Panza, il casale devastato quella notte, furono costruite sette torri per ospitare il maggior numero possibile di abitanti in caso di attacco. Sette rifugi fortificati sparsi sul territorio, ognuno capace di accogliere decine di famiglie.
Ma le torri da sole non bastavano. Gli abitanti impararono a leggere i segni del mare. A riconoscere le vele nemiche. A organizzare sistemi di allarme. A prepararsi alla fuga verso l'Epomeo - dove i sentieri ripidi e i boschi fitti offrivano nascondigli quasi impraticabili per chi non conosceva il territorio.
"Per sfuggire alle incursioni gli atterriti abitanti dell'isola d'Ischia, si ricoveravano, all'apparir delle vele nemiche, e nel castello, e nelle torri, e nei nascondigli impraticabili sul versante dell'Epomeo" - scrive lo storico Giuseppe D'Ascia.
Era diventata un'isola-fortezza. Un luogo dove ogni contadino sapeva dove correre quando le campane suonavano l'allarme. Dove ogni donna conosceva il sentiero più veloce per raggiungere la torre. Dove ogni bambino aveva imparato a riconoscere le vele turche da quelle cristiane.
L'Incubo Non Finì: Dragut e le Incursioni Successive
E le incursioni continuarono. Perché la vendetta di Barbarossa del 1544 non chiuse il conto. Anzi, dimostrò che Ischia era un bersaglio facile e redditizio.
Nel 1548, appena quattro anni dopo, arrivò Dragut (Turgut Reis), definito "degno discepolo di Barbarossa". Un'altra incursione, altri morti, altri prigionieri. Le cronache raccontano di una "bellissima donzella" catturata e tenuta da Dragut per sé.
Nel 1552, Dragut tornò. Ancora devastazione, ancora terrore.
E così per tutto il Cinquecento. E poi il Seicento. E il Settecento. E persino parte dell'Ottocento. Fino al 1830 le coste e le isole dell'Italia meridionale continuarono a subire incursioni piratesche.
Le fonti storiche citano un episodio del 1808: "Una scialuppa corsara scendeva da Ponza per venire a far preda, scoperte due barche coralline si diede ad investirle [...] corsero a trovar rifugio protette dal fortino di Citara e dai lancioni che trovavansi a quella rada [...] Ostinata la scialuppa seguitò a darle caccia fin sotto il tiro dei cannoni [...] queste vessazioni erano giornaliere".
Giornaliere. Per secoli, gli ischitani vissero con questa paura quotidiana. Il mare che nutre era anche il mare che minaccia. Ogni vela all'orizzonte poteva essere quella sbagliata. Ogni notte poteva essere quella della razzia.
La Memoria: Quello che Rimane
Oggi, a quasi cinquecento anni di distanza, cosa rimane di quella notte?
Rimangono le torri. Quelle quindici torri di Forio che punteggiano il paesaggio e raccontano - a chi sa ascoltare - una storia di paura e resilienza. Il Torrione che domina il porto. La Torre Costantina in mezzo ai vicoli del centro storico. La Torre del Cierco che guarda verso Panza.
Rimane il nome: "la Turrita", Forio la chiamano. Non per vanto ma per memoria. Ogni torre è una cicatrice. Ogni pietra ricorda.
Rimane il paesaggio di Panza, quella conca a 150 metri sul livello del mare dove il 22 giugno 1544 sbarcò l'inferno. Oggi è terra di vigneti e pace. Ma chi conosce la storia vede altro: vede le case che bruciavano, sente le urla che attraversavano la notte, immagina le famiglie spezzate.
Rimane la Scannella, quella baia dove un tempo venivano a catturare le quaglie durante le migrazioni dall'Africa. Per questo i panzesi sono chiamati ancora oggi dagli altri ischitani "azzanca-quaglie" - quelli che catturano le quaglie. Un soprannome affettuoso che nasconde la memoria: dalla Scannella sbarcarono i turchi quella notte del 1544.
Rimane nei vicoli di Forio un'architettura particolare: mura alte, portali d'ingresso che nascondono giardini interni, soluzioni che ricordano quelle del Nord Africa. Perché dopo secoli di conflitto ci fu anche scambio. Perché il Mediterraneo è sempre stato luogo di guerra ma anche di incontro. Perché perfino dalla tragedia può nascere contaminazione.
E rimane, sepolta nei registri parrocchiali (quelli che non sono andati perduti), sepolta nelle memorie familiari (quelle tramandate di generazione in generazione), sepolta nella terra stessa dell'isola, la memoria di duemila ischitani che quella notte persero la vita o la libertà.
Non conosciamo i loro nomi. Non sappiamo i loro volti. Non abbiamo le loro storie individuali.
Erano contadini. Pescatori. Vinai. Madri. Padri. Figli. Gente che lavorava la terra e sperava in un raccolto buono. Gente che riparava le reti e pregava per una pesca abbondante. Gente che semplicemente viveva.
E per loro non ci fu processo, non ci fu giustizia, non ci fu risarcimento. Solo la violenza di una notte d'estate. Solo il terrore di vedere arrivare le barche dalla Scannella. Solo il dolore di essere strappati dalla propria terra.
La Lezione: Quando i Grandi Giocano, i Piccoli Pagano
La strage del 22 giugno 1544 non fu un incidente. Non fu un caso. Non fu una disgrazia naturale come un terremoto o un'eruzione.
Fu la conseguenza precisa di scelte politiche e strategie militari decise altrove. Fu il prezzo che i contadini di Ischia pagarono per le ambizioni di Carlo V e la vendetta di Barbarossa. Fu il sangue degli innocenti versato per lavare l'onore dei generali.
Alfonso d'Avalos, signore di Ischia, comandante delle armate imperiali, aveva sconfitto Barbarossa a Tunisi. Bene per lui. Male per i suoi sudditi ischitani che pagarono il conto di quella vittoria.
È una lezione che dovremmo ricordare: quando i potenti fanno le guerre, sono sempre i poveri a morire. Quando gli imperi si scontrano, sono sempre i contadini a bruciare. Quando i generali cercano gloria, sono sempre gli innocenti a sanguinare.
Gli ischitani del 1544 non scelsero di essere coinvolti nel conflitto tra Impero Ottomano e Impero Spagnolo. Non votarono per Carlo V. Non chiesero di essere governati dagli D'Avalos. Non espressero opinioni sulla politica mediterranea.
Coltivavano la terra. Questo facevano. E per questo morirono.
È facile, a quasi cinquecento anni di distanza, romanticizzare quella tragedia. Parlare di "epica resistenza" o di "spirito indomito". Ma sarebbe disonesto.
Non ci fu niente di epico quella notte. Solo terrore. Solo violenza. Solo morte.
La vera epica venne dopo. Venne nella capacità di ricostruire. Di ripiantare le vigne bruciate. Di riparare le case distrutte. Di mettere al mondo nuovi figli dopo aver perso i vecchi. Di continuare a vivere pur sapendo che il mare poteva portare ancora altre barche, altre razzie, altre notti di orrore.
La vera epica degli ischitani non sta nel resistere a Barbarossa - resistere era impossibile contro quattordicimila uomini armati. Sta nell'aver continuato a vivere dopo Barbarossa. Nell'aver scelto di rimanere su quest'isola nonostante tutto. Nell'aver costruito quelle quindici torri e aver detto: "Non ce ne andiamo. Questa è casa nostra. E la difenderemo".
Oggi: Il Mare che Nutre
Oggi, quel mare che il 22 giugno 1544 portò la morte, porta turisti. Porta traghetti. Porta yacht. Porta vacanzieri in cerca di terme e sole.
La Scannella - dove sbarcarono i turchi - è meta di escursionisti che fotografano il tramonto. Panza è terra di vigneti e cantine. Forio è località turistica vivace, con ristoranti e hotel.
Il Torrione non scruta più il mare in cerca di vele nemiche. È diventato simbolo dell'isola, sfondo per selfie, location per matrimoni.
E va bene così. La storia non deve diventare prigione. La memoria non deve paralizzare il presente.
Ma forse, quando camminate per i vicoli di Forio o quando bevete un bicchiere di Biancolella guardando il mare da Panza, potreste fermarvi un attimo. Chiudere gli occhi. Immaginare quella notte di giugno del 1544.
Immaginare le barche che scivolano silenziose verso la costa. Le fiamme che divampano. Le urla che attraversano la notte. Le famiglie spezzate. I duemila che non tornarono mai.
E forse, in quel momento di silenzio, potreste rendere loro il piccolo tributo che meritano: essere ricordati.
Non come numeri in una statistica. Non come vittime anonime di un'incursione piratesca. Ma come persone. Ischitani come voi. Che amavano quest'isola come voi. Che coltivavano questa terra come i vostri antenati. Che guardavano questo mare con lo stesso amore - e la stessa paura - che forse, senza saperlo, portiamo ancora dentro.
22 giugno 1544. La Grande Strage di Panza e Forio.
Non per celebrare la tragedia. Ma per non dimenticare mai che la pace non è scontata. Che la libertà ha un prezzo. E che quel prezzo, troppo spesso, lo pagano gli innocenti.






