Borgo di Campagnano

Campagnano: il borgo dove Ischia è rimasta se stessa

C'è un posto sull'isola dove le strade si chiamano ancora con il nome delle famiglie che le hanno costruite. Dove i muri a secco reggono vigneti a strapiombo sul mare da secoli, e nessuno li ha mai sostituiti con il cemento. Dove una lapide in una chiesa racconta di contadini emigrati a Brooklyn che mandarono i soldi per rifare il pavimento di marmo alla Madonna. Campagnano non è un'attrazione turistica. È il luogo dove l'isola d'Ischia conserva la sua anima più antica.

Un nome che dice tutto

Gli antichi isolani lo chiamavano "Campaniae similis" — simile alle pianure dell'antica Campania felix. Poi "Campanianuse", e infine Campagnano. Non c'è bisogno di cercare etimologie complicate: il nome dice esattamente quello che il borgo è. Campagna. Terra fertile, generosa, vulcanica. Il settore geologicamente più antico dell'intero "Vulcano Ischia", dove il suolo ha avuto millenni per diventare quello che ogni contadino sogna: scuro, ricco, capace di far crescere qualunque cosa.

La collina di Campagnano sarebbe stata abitata fin dall'età neolitica. Fu ripopolata dopo l'eruzione del Monte Trippodi, tra il 1201 e il 1205, quando chi era scampato cercò un luogo sicuro e lo trovò quassù, in alto, con il mare visibile da ogni lato e la terra pronta a ricominciare. Da allora, Campagnano non ha mai smesso di essere quello che era: un borgo di campagna nel senso più letterale e più nobile del termine.

La vigna del padrone, la casa del colono

Per secoli, Campagnano — o "Vicus Campagnani", come veniva chiamato nei documenti — è stato il fondo agricolo delle famiglie più in vista di Ischia Ponte, l'antico Borgo di Celsa. La nobiltà e il clero avevano scelto queste colline per due ragioni molto concrete: la fertilità del suolo e la vista. Non la vista romantica che cerchiamo noi oggi con le fotocamere dei telefoni. La vista strategica: da quassù si controllava tutto ciò che accadeva intorno al Castello Aragonese, per secoli cuore politico, religioso ed economico dell'isola.

Le dimore padronali sorgevano generalmente a lato dell'appezzamento agricolo e somigliavano in tutto alle case signorili di città, con una differenza fondamentale: il pianterreno era destinato agli attrezzi agricoli e a tutto il necessario per la vendemmia. I coloni abitavano in piccole case rurali accanto alla casa del padrone. Di quel mondo restano oggi la toponomastica — Casa Curci, Cà Mormile, Cà Tavola, Casa Conte — e alcune strutture che resistono al tempo.

Il Palazzo Quartaruolo, costruito nel Settecento dalla famiglia Mazzella, conserva ancora il suo portale in pietra locale, l'ampio cortile e la cisterna centrale che raccoglieva l'acqua piovana — un tempo unico approvvigionamento idrico per chi ci viveva. Villa Cilento, realizzata a fine Seicento come residenza del vescovo. E poi le altre, sparse tra le colline, che lo scrittore ravennate Giuseppe Orioli descrisse nel 1930 con una curiosità che suona ancora attuale: trovò un edificio del Settecento con un pozzo al centro del cortile e balconi panciuti in ferro battuto. Doveva essere appartenuto a gente ricca, annotò. E si domandò cosa avesse mai indotto quella gente a insediarsi in un luogo tanto inaccessibile.

La risposta, ovviamente, era sotto i suoi piedi. La terra.

La battaglia che nessuno ricorda

Nel 1464, queste colline pacifiche furono teatro di uno degli episodi più cruenti della storia ischitana: la battaglia di Campagnano, combattuta tra le truppe di Ferdinando I d'Aragona e quelle di Giovanni d'Angiò. L'ammiraglio Poo, scendendo dall'Epomeo con i suoi uomini, si scontrò a Campagnano con le forze del Tortiglia, comandante angioino. La battaglia fu sanguinosa, molti morirono. Le truppe si dispersero tra le colline di Campagnano e il Borgo di Celsa.

È un episodio che nessuna guida turistica racconta, eppure dice molto su questo luogo: Campagnano non è solo idillio rurale. È un punto strategico dell'isola, un crocevia tra la costa e l'entroterra, tra il potere del Castello e la vita dei campi. Un posto dove la storia, anche quella violenta, è passata e ha lasciato il segno.

La lapide degli emigranti

Al centro della piazzetta di Campagnano c'è la Chiesa della Santissima Annunziata, una bella parrocchia del Seicento che è il cuore identitario della comunità. Ed è dentro questa chiesa, subito dopo il portale d'ingresso, che si trova uno dei documenti più commoventi dell'intera isola d'Ischia.

È una lapide di marmo, datata agosto 1926. L'hanno voluta e pagata gli emigranti di Campagnano trasferitisi a New York, Brooklyn, Princeton e California. L'incisione recita: alla Vergine Annunziata, gloriosa patrona del paesello natìo, dolce visione nella terra lontana, questo pavimento di marmo hanno offerto, solenne attestato d'imperituro affetto.

Bisogna fermarsi un momento su queste parole. Non dicono "abbiamo mandato i soldi per la chiesa". Dicono "dolce visione nella terra lontana". Chi ha scritto queste righe stava parlando di nostalgia — quella vera, quella che ti sveglia di notte a migliaia di chilometri da casa. E la cosa più straordinaria è che questa lapide precede l'ondata migratoria degli anni Cinquanta: nel 1926 l'emigrazione da Campagnano era già una ferita aperta.

Come a Testaccio con la piazza intitolata a Mar Del Plata, anche qui il legame tra chi è rimasto e chi è partito è scritto nella pietra. Ma mentre a Testaccio la destinazione era l'Argentina, a Campagnano la rotta puntava verso l'America del Nord. Storie diverse, stesso dolore. Stesso amore per un "paesello natìo" che non si poteva portare via nella valigia.

La strada che sale verso il silenzio

Dalla piazzetta di Campagnano, laterale alla torre dell'orologio della chiesa, parte una stradina basolata in salita. Si chiama Via Cà Mormile e porta a Piano Liguori — l'ultimo vero villaggio contadino dell'isola d'Ischia.

Questo sentiero è uno dei sette itinerari geo-ambientali mappati dal Club Alpino Italiano sull'isola. Ci vogliono poco più di un'ora e circa sei chilometri tra andata e ritorno, con un dislivello di circa 230 metri. Ma non è un'escursione che si misura in numeri. È un'escursione che si misura in silenzi.

Si cammina tra le "parracine" — i muri a secco di nera lava locale — rivestite di piante spontanee verdissime. Si attraversano vigneti a strapiombo sul mare che sono la definizione stessa di "agricoltura eroica": terrazzamenti costruiti in centinaia di anni da contadini che hanno piegato la montagna alla volontà della vite. Lo sguardo spazia dalla costa di Capri alla penisola sorrentina, dal Castello Aragonese alle isole di Procida e Vivara. Falchi e falchetti planano sulle correnti, indifferenti ai rari escursionisti che si fermano sulle panchine a guardarli.

E poi, Piano Liguori. Una manciata di case a 325 metri sul livello del mare, a quasi tre chilometri dal porto di Ischia. Qui vivono una trentina di persone. Coltivano la terra che produce uva, alberi da frutto, verdura, i fagioli "zampognari" che sono una specialità locale, e un olio che non troverete in nessun negozio. Fino a poco tempo fa non c'era neanche l'acquedotto pubblico: l'acqua si prendeva dal pozzo, il riscaldamento era un braciere o un caminetto. Il ciclo naturale delle stagioni scandisce ancora il tempo di chi è rimasto.

Immaginare come si viveva qui — e come in parte si vive ancora — a tre chilometri dalle luci, dagli hotel e dalle boutique di Ischia Porto, è un esercizio che rimette le cose in prospettiva. C'è stata l'idea, coraggiosa, di trasformare questo borgo in un albergo diffuso. Per ora resta un'idea con tanto di progetti. Nel frattempo, Piano Liguori funziona come luogo della memoria e, forse, come speranza per un turismo diverso.

Il presepe che diventa il borgo

Ogni anno, il 28 dicembre, Campagnano si trasforma. Più di cento figuranti prendono posizione tra le stradine, i cortili, le cantine, i forni. Il presepe vivente di Campagnano non è una rappresentazione. È il borgo stesso che torna, per una notte, a essere quello che è stato per secoli: un villaggio di contadini, artigiani, pastori, dove ogni gesto ha un peso e ogni mestiere una dignità.

I turisti e i residenti che salgono fin quassù per assistere restano a bocca aperta. Non tanto per la scenografia — che pure è suggestiva, con le luci delle fiaccole tra le parracine e l'odore del pane che cuoce nei forni — ma per la naturalezza con cui il borgo si presta a diventare presepe senza bisogno di travestirsi. Campagnano non interpreta il passato. Lo abita ancora.

Perché Campagnano è un'Eccellenza Ischitana

In un'isola che ha pagato un prezzo alto alle esigenze dello sviluppo turistico — un prezzo forse inevitabile, ma comunque salato — Campagnano è la prova che qualcosa si è salvato. Qui il terreno non è stato coperto di cemento, i vigneti non sono stati sostituiti da parcheggi, le case padronali non sono diventate resort.

Non perché qualcuno abbia deciso di "preservare" il borgo come si preserva un pezzo di museo. Ma perché chi ci vive ha continuato a fare quello che faceva: coltivare la terra, vendemmiare, fare il vino, cucinare il coniglio all'ischitana. E lo ha fatto non per i turisti, ma perché è l'unico modo di vivere che conosce e che gli appartiene.

Campagnano è il promemoria che l'isola d'Ischia non è solo terme e spiagge, non è solo hotel e ristoranti stellati. È anche — soprattutto — una civiltà contadina che ha costruito paesaggi di una bellezza commovente con nient'altro che le mani, la pietra lavica e la pazienza dei secoli. Il fatto che quei paesaggi esistano ancora, a pochi chilometri dal porto dove sbarcano i traghetti, è il piccolo miracolo quotidiano di Campagnano.

Salite fin quassù. Camminate tra i vigneti. Fermatevi nella piazzetta davanti alla chiesa. Leggete quella lapide. E poi decidete voi se non valeva la pena di fare un po' di strada in salita.

Campagnano è una frazione collinare del comune di Ischia, raggiungibile con le linee autobus n. 8, C12 e C13 dal Porto d'Ischia. Il sentiero per Piano Liguori parte dalla piazzetta della Chiesa dell'Annunziata — durata circa 4 ore andata e ritorno, difficoltà escursionistica, panorami indimenticabili.


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