Acquedotto dei Pilastri

Acquedotto dei Pilastri: Quando la Sete Divenne più Forte della Fame

Hai il Passaporto dell'Isola d'Ischia? Allora preparati a scoprire un monumento che racconta una storia di disperazione, sacrificio e ostinazione. Perché l'Acquedotto dei Pilastri - quella struttura ad archi che molti credono romana ma che romana non è - non è solo un'opera di ingegneria idraulica. È la testimonianza di quanto un popolo può soffrire per un bicchiere d'acqua fresca.

È la storia di un governatore che si arrese dopo aver tentato l'impossibile. Di un vescovo che ci riuscì cent'anni dopo. Di migliaia di ischitani che rinunciarono al pane pur di avere l'acqua.

E di una lapide che, ottant'anni dopo, dimenticò di ringraziare chi aveva reso tutto possibile.

1580: Quando Ischia Ponte Moriva di Sete

Ischia Ponte - allora chiamata Borgo di Celsa - era il cuore pulsante dell'isola. Il centro politico, culturale, religioso. La comunità più importante. Ma aveva un problema drammatico: non aveva acqua.

Per secoli gli abitanti avevano attinto alla sorgente del Ninfario, che sgorgava vicino alla Torre dei Guevara (quella che oggi chiamiamo Torre di Michelangelo, a Cartaromana). Un miracolo geologico: acqua dolce che spuntava a pochi metri dal mare.

Ma dopo l'eruzione del 1302 e decenni di bradisismi - quegli impercettibili movimenti del suolo vulcanico che ti fanno svegliare una mattina e scoprire che la sorgente si è spostata di mezzo metro, o si è prosciugata - la fonte del Ninfario scomparve per sempre.

Resta senz'acqua. Le cisterne si svuotavano d'estate. La gente moriva di sete a pochi chilometri da sorgenti termali che bollono a 80 gradi ma che non puoi bere.

Il medico calabrese Giulio Iasolino - quello del trattato "De' rimedii naturali" del 1588 - lo scriveva chiaramente: "Il resto dell'isola ha una grandissima carestia di acque fresche". Acque fresche, non termali. Acque da bere, da cucinare, da irrigare i campi.

1580: Orazio Tuttavilla e il Progetto Impossibile

Il Vicerè di Napoli - il Cardinale Antoine Perrenot de Granvelle - decise che bisognava fare qualcosa. E mandò a Ischia il Cavaliere Orazio Tuttavilla con l'incarico di costruire un acquedotto che portasse l'acqua dalla Fonte di Buceto (a Fiaiano, nel comune di Barano, a 420 metri sul livello del mare) fino al Borgo di Celsa.

Distanza: oltre 7 chilometri. Dislivello: enorme. Tecnologie disponibili: quelle del XVI secolo.

Il progetto iniziale prevedeva esenzioni fiscali per finanziare l'opera. Ma si rivelò impossibile. I costi erano altissimi. La portata della fonte di Buceto era "abbastanza consistente in inverno ma del tutto meschina d'estate". E soprattutto: la pressione dell'acqua non era sufficiente per superare i dislivelli del terreno.

Tuttavilla ci provò. Scavò le fondamenta dalla collina dello Spalatriello (nella piana del Rio Corbore) fino alla salita del Borgo di Sant'Antonio. Costruì alcuni archi e pilastri. Ma a un certo punto i calcoli gli dissero la verità: con quella portata d'acqua e quel dislivello, non ce l'avrebbe mai fatta.

Così Orazio Tuttavilla - vecchio, stanco, malato, venuto a Ischia per curarsi alle terme - si arrese. Tornò a Napoli. E l'acquedotto rimase incompiuto per novant'anni.

Novant'anni in cui gli abitanti del Borgo di Celsa continuarono a morire di sete d'estate.

1673: Arriva Monsignor Girolamo Rocca e Cambia Tutto

  1. Nuovo vescovo di Ischia: Monsignor Girolamo Rocca. Nato a Portici, laureato in diritto, uomo di studi e d'azione. Capace, ostinato, visionario.

Rocca arriva a Ischia e scopre che c'è un acquedotto a metà. Abbandonato da un secolo. E decide che va finito.

Ma Rocca non era solo un vescovo. Era anche un "scienziato idraulico" - così lo definiscono le cronache. E capì subito qual era il problema: la pressione. Con un solo ordine di archi, l'acqua non avrebbe mai avuto la forza di arrivare fino a Ischia Ponte.

La soluzione? Copiare gli antichi Romani. Costruire un acquedotto con due ordini di archi sovrapposti, in pendenza, per aumentare la pressione e garantire il flusso continuo. Usare i "pilastri" - archi su archi - invece di muri pieni, troppo costosi.

Un'opera colossale. Difficilissima. Costosissima.

E chi la pagava? Il popolo. Con una tassa pesantissima sui cereali.

Significa che ogni volta che compravi il pane, pagavi l'acqua. Che ogni volta che macinavi il grano, finanziavi l'acquedotto. Che il popolo ischitano rinunciò letteralmente al cibo per avere l'acqua.

Il Sacrificio del Pane per l'Acqua

I lavori durarono anni. Monsignor Rocca seguì personalmente tutto: dalla progettazione al reperimento dei fondi, dalla gestione dei cantieri alla supervisione tecnica. Costruirono il doppio ordine di archi usando le pietre pomici della colata dell'Arso - quella dell'eruzione del 1302 che aveva sepolto l'antica Geronda.

Immagina la scena: operai che scalpellano pietre vulcaniche nere, che costruiscono archi su archi, che posano tubature in terracotta, che lavorano per anni sotto il sole d'estate e la pioggia d'inverno. Finanziati dalla tassa sul grano. Pagati con il sacrificio delle famiglie che facevano la fame perché il pane costava troppo.

Ma quando finalmente - dopo più di dieci anni - l'acqua arrivò...

Il primo zampillo d'acqua di Buceto nella piazza del Borgo di Celsa fu accolto con un'esplosione di gioia. Acqua fresca. Acqua dolce. Acqua che non sapeva di zolfo, che non scottava, che potevi bere anche d'estate quando le cisterne erano vuote.

Monsignor Rocca scrisse una frase in latino che fa venire i brividi per la sua onestà brutale:

"HAS SUDAVIT AQUAS CERERIS PATIENTIA CURTAE EDOCUITQUE FAMEM FERRE MAGISTRA SITIS"

Traduzione: "Queste acque si sono ottenute col sacrificio sul cibo: la sete, da buona maestra, ha insegnato a sopportare la fame".

In parole povere: abbiamo avuto l'acqua perché abbiamo accettato di soffrire la fame. La sete ci ha insegnato che si può rinunciare al pane pur di bere.

1759: La Lapide che Dimenticò Il Vescovo

Monsignor Girolamo Rocca morì nel 1691. L'acquedotto funzionava. L'acqua scorreva. Ischia Ponte aveva risolto il suo problema idrico secolare.

Nel 1759 - sessantotto anni dopo la morte di Rocca - l'Amministrazione comunale fece costruire il Palazzo dell'Orologio nella piazza principale di Ischia Ponte. E per celebrare l'acqua di Buceto che ancora sgorgava nella fontana pubblica, fece incidere una lapide di marmo sulla facciata.

La lapide diceva:

"A Dio Ottimo Massimo - I decurioni ischitani diedero ai cittadini, perché ne usassero e godessero l'acqua derivata a pubbliche spese dalla sorgente di Buceto al quarto miglio, ed ornata di una vasca di travertino e diretta verso sì grande torre, ove si tenevano le adunanze ed aggiuntovi l'orologio. Anno 1759."

Nota qualcosa? Non c'è il nome di Monsignor Girolamo Rocca.

Niente. Zero. Come se l'uomo che aveva progettato tutto, finanziato tutto, seguito tutto per oltre dieci anni - l'uomo senza il quale l'acquedotto non sarebbe mai stato completato - non fosse mai esistito.

Una damnatio memoriae bella e buona. Un oblio ingrato che fa rabbia ancora oggi.

Ma forse Rocca lo sapeva già. Forse è per questo che aveva scritto quella frase sul sacrificio: perché sapeva che la gente dimentica in fretta chi li ha fatti soffrire, anche se lo ha fatto per il loro bene.

L'Acquedotto Oggi: 550 Metri di Storia

Dell'acquedotto originale - lungo oltre 7 chilometri - oggi rimangono visibili circa 550 metri. Sono quelli con il doppio ordine di archi sovrapposti, quelli che tutti chiamano "i Pilastri", quelli che segnano il confine amministrativo tra il Comune di Ischia e il Comune di Barano.

Li vedi se percorri la Strada Statale 270 tra Ischia Porto e Barano, all'altezza dello Spalatriello. Due ordini di archi in pietra lavica nera - quella della colata del 1302 - che sostengono le tubature. Costruiti in stile romano ma datati XVII secolo.

Molti turisti passano in auto e pensano: "Oh, un acquedotto romano". E invece no. È del Seicento. Ed è la testimonianza di quanto può essere testardo un popolo quando ha sete.

Perché l'Acquedotto dei Pilastri Merita il Timbro sul Passaporto

Perché non è solo un monumento. È una storia umana. Una storia di fallimento (Tuttavilla), di ostinazione (Rocca), di sacrificio (il popolo che pagò la tassa sui cereali), e di ingratitudine (la lapide del 1759 che dimenticò chi aveva reso tutto possibile).

Perché ti ricorda che a Ischia l'acqua non è mai stata scontata. Che su un'isola circondata dal mare, paradossalmente, si moriva di sete. Che avere acqua dolce da bere era un lusso per cui valeva la pena soffrire la fame.

E perché oggi, quando apri il rubinetto e l'acqua sgorga senza che tu ci pensi, dovresti ricordare che qualcuno, quattro secoli fa, ha dovuto costruire 7 chilometri di acquedotto in pietra lavica per darti lo stesso privilegio.

Informazioni Pratiche (Quelle Che Servono Davvero)

Dove si trova: Strada Statale 270, tra Ischia Porto e Barano d'Ischia (zona Spalatriello)

Come ci arrivi:

  • In auto: lungo la SS270 direzione Barano, poco dopo l'uscita da Ischia Porto
  • In bus: linee CS-CD diretti a Barano

Cosa aspettarsi:

  • Tratto visibile: circa 550 metri con doppio ordine di archi
  • Struttura in pietra lavica della colata del 1302
  • Visibile dalla strada, non serve entrare da nessuna parte
  • Nessun biglietto, nessun orario - è all'aperto

Cosa NON aspettarsi:

  • Non è romano (anche se sembra)
  • Non è percorribile/visitabile dall'interno
  • Non c'è un "museo dell'acquedotto" o centro visite
  • È un monumento che si vede dalla strada, punto

Dove trovare altre tracce:

  • Palazzo dell'Orologio a Ischia Ponte: lapide del 1759 (quella che "dimenticò" Mons. Rocca)
  • Fonte di Buceto: la sorgente originale, raggiungibile con escursione a piedi da Fiaiano

Il Tuo Timbro sul Passaporto

L'Acquedotto dei Pilastri non ti farà dire "wow" come il Castello Aragonese. Non è fotogenico come la Baia di Sorgeto. Ma quando passi davanti a quegli archi neri in pietra vulcanica, fermati un secondo. Pensa a Orazio Tuttavilla che si arrese. A Monsignor Rocca che ci riuscì. Alle migliaia di ischitani che pagarono una tassa sul pane pur di avere l'acqua.

E pensa che quella struttura che vedi lì - quei 550 metri di archi sovrapposti - è la prova che quando hai abbastanza sete, puoi costruire qualsiasi cosa.

Anche se poi, ottant'anni dopo, qualcuno dimenticherà di scrivere il tuo nome sulla lapide.

Non hai ancora il Passaporto? Prendilo sul sito ufficiale di Eccellenze Ischitane. Ogni timbro è una storia, ogni storia è un pezzo di Ischia che diventa tuo.

Acquedotto dei Pilastri SS 270, zona Spalatriello Confine tra Comune di Ischia e Comune di Barano

Visibile tutto l'anno - accesso libero dalla strada

Dove si trova 

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